Il mio spazio intimo e riservato
Nell’opera di Giambattista Uberti il corpo diventa esperienza poetica attraverso il linguaggio fotografico. Il corpo è confine sottile tra una realtà esterna ed una realtà interna, intima e segreta, labile e forte nel contempo. L’autoritratto è spazio di osservazione profonda dove è possibile percepire le sfumature più intime di sé stesso. Giambattista si spoglia delle sue insicurezze e trova nel mezzo fotografico un alleato prezioso. Si svela al mondo con coraggio. Un mondo per lui spesso ostico. Il tremore dell’epilessia fa da barriera nelle sue relazioni. Fin dalla giovane età è deriso per quei movimenti non controllabili. Il ricordo, seppur doloroso, in queste fotografie è simbolicamente rappresentato da alcuni oggetti: un orologio a pendolo, alcune confezioni di medicine, un tracciato dell’elettrocardiogramma che per l’andamento oscillatorio delle sue linee, lo possiamo ritrovare nell’acqua fotografata fuori da un bicchiere di vetro e una maschera anonima. Quest’ultima, oggetto dalla simbologia antica con una valenza apotropaica e ancestrale, funge per Giambattista da strumento di alienazione parziale per evitare l’allontanamento sociale. Corpo e oggetti dialogano tra loro, pagina dopo pagina, in una danza vorticosa, a tratti drammatica. L’autoritratto da pratica artistica diventa così pratica rituale; una sorta di mise en scene dove attraverso la posa, Giambattista, ritrova la propria libertà espressiva. Il suo atto poetico si conclude svelando il proprio volto, celato troppo a lungo dietro una maschera fittizia che l’ha protetto e ingabbiato in un dolore troppo grande per essere visto. Il rituale è concluso, la maschera, tenuta fra le mani come oggetto prezioso, svela occhi stanchi. Uno sguardo quasi fanciullesco e indifeso ci osserva. Come scrive L.R.Munoz: “ L’ Io dell’essere poeta è generoso e profondo, perché non vuole suscitare emozioni usando le proprie vicissitudini, ma usando l’ Io creativo capace di allontanarsene per poi poterle esprimere; non confessa ciò che vissuto, ma come l’ha vissuto usando il linguaggio poetico”.
Michela Taeggi